Milton Fernandez

Una parola: Ubuntu, che in un antico dialetto zulù vuol dire: “Io sono perché noi siamo”.

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Perché avevi scelto questa città?
In verità non sono sicuro di averla scelta. Nessuno sceglie Milano come meta definitiva. In qualche modo ci illudiamo tutti, all’inizio, di essere di passaggio tra tanto grigio e così poco mare.

“Non è una signora facile, Milano. Non si offre al primo arrivato. Non gli butta le braccia al collo. Non è il suo stile. Bisogna imparare a conoscerla, piano piano. A vincere le sue resistenze. A convincerla delle tue buone intenzioni. A farle capire che non sei uno di una botta e via.
Poi, non appena vinte le diffidenze, ha spesso inizio una storia d’amore che ti lega per sempre.  Alle volte senza che tu nemmeno te ne accorga. Come succede con gli amori veri.
Lo capisci la prima volta che te ne vai, fingendo di voler allontanarti per sempre.
Ma lo capisci meglio al rientro, quando, malgrado te, nonostante te,   qualcosa dentro comincia a farti capire di stare  tornando a casa.”

Che facevi prima di venire qua?
E’ passato tanto di quel tempo che faccio fatica a ricordarmelo. Credo che la attività principale, allora – quella che ci impegnava la maggior parte del tempo – fosse il tentare di cambiare il mondo. Senza capire che il mondo andava avanti, tutto preso a cambiare noi.

Per quanto mi riguarda facevo del teatro, a Montevideo, cosa che può sembrare banale. Non fosse che eravamo nel pieno di una dittatura militare. E persino le cose più banali potevano diventare pericolose. E affascinanti come non mai.

La cosa più bella che ti è successa ultimamente?
Il saluto di un ambulante senegalese, dopo aver scambiato qualche parole, il quale congedandomi mi disse: Ciao africano bianco.

Il posto che ti mancherebbe di più se dovessi lasciare Milano?
Non c’è un posto in particolare. Milano è un evento straordinario diventato consueto nella mia vita.  Ogni luogo, ogni canto, è un cassetto dei ricordi. Ci sono state giornate cominciate alle 4 del mattino, a scaricare casse di frutta all’ortomercato, o a montare stand alla fiera campionaria. Altre all’interno del Teatro alla Scala, dove ho lavorato per anni. O al Piccolo Teatro. E poi le osterie. Le case degli amici salentini, sardi, calabresi, eritrei, latinoamericani…  Ringhiere dai sapori aspri e dolci. Irrinunciabili.

Borges diceva che ovunque si trovasse lui era comunque a Buenos Aires. Ecco, una cosa del genere mi capita con Milano. Non sempre ho il coraggio di confessarmelo, ma non riesco a immaginarmi senza questa città nella mappa della mia giornata.

Se potessi avere il potere per un giorno, cosa cambieresti a Milano?
Non lo so.  Ci sono tante cose che mi fanno infuriare, perché c’è sempre qualcuno che ci prova a traviarla. Per dire una banalità, proverei a convincerla di tornare a parlare in italiano. A toglierle dalla testa che sia più figo parlare in inglese, come sembrano pensare i responsabili della cultura che via via si succedono.
A convincerla che questa lingua, meravigliosa e bastarda, è parte della sua storia. Così come lo è di  quella di tutti noi.

Milton Danilo Fernandez. Attore. Autore. Scrittore. Coreografo. E’ il direttore artistico del Festival della Letteratura a Milano.
Se volete conoscerlo meglio questo è il suo blog.

 

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